Cocco e vaniglia.

Ci ficcò tutto il viso, i capelli ondulati che grattavano sul tessuto della borsa come affamati. Tutti gli odori erano rimasti intrappolati fra le quelle fibre:

il sapone di cocco e vaniglia, il deodorante che avevano perso chissà dove l’ultimo giorno, i sassi della terra mediterranea che aveva fatto loro da letto; le foglie bagnate degli oleandri rosa e bianchi tutt’attorno, il sudore della mattina, la croccantezza dei cornetti crema e amarena.

La salsedine di ogni pomeriggio sui capelli, l’odore di un caffè zuccherato, delle lenzuola ospitali di un letto sconosciuto, le focacce pugliesi e il sapone di marsiglia che sporcava i panni scuri e lavava via il sale dell’azzurro e del blu. L’odore del sesso e di una notte mancata, l’alba arancione, il gelato al mandorlaccio e ricotta e pere, gusti di luoghi scelti a caso, banana e lime.

L’odore di una canzone sul tramonto e della sveglia alle otto e mezza per il fornaio, dell’eccitazione di migliaia di persone sotto un palco e della commozione di una decina sedute sulle scalinate di un’emozione; l’odore di un corpo abbronzato e del sugo fatto in casa, di tante birre e di mani che versavano, cocktail e inviti, parole estive.

Chiuse la borsa di fretta, travolta da ogni odore come una speranza superata.

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Irlanda

“Dove vorresti essere?”

Strano come ore prima avrebbe potuto voler essere in un’infinità di dimensioni parallele, sfilate una dopo l’altra nella sua testa: mesi prima, ancora prima di tutto quel casino, o con lui che scappava per paura di provare un sentimento che anche solo assomigliasse all’amore.

“In Irlanda.” Respirò un attimo l’odore dell’erba che schiacciava con i capelli sciolti. “Non che non mi piaccia qua ora, anzi, è che è il mio sogno, l’Irlanda. E tu?”

“Io qui.” Lei sapeva avrebbe risposto così, se lo sentiva. Sentiva troppe cose in quel momento sospeso. “Chiudi gli occhi.”

Subito il suo stomaco perse un colpo; il timore veloce che lui stesse per baciarla le accarezzò la fantasia. Non era pronta, come avrebbe risposto? Ma proprio per quello sarebbe stato più bello. La sua parte razionale insisteva cinicamente a tenerla piantata per terra, su quella terra umida e magica, sotto quelle stelle pulsanti appena nate dalla sera, facendole sentire che no, non era un bacio quello che doveva aspettarsi.

Tutte le parti della sua anima, in ogni caso, erano state d’accordo a fidarsi e a chiudere le palpebre il secondo dopo l’ordine di lui.

“Li hai chiusi? Bene, tienili così. Al mio tre quando li aprirai saremo in Irlanda.”

Lo stomaco di lei riprese a funzionare normalmente, la sua parte razionale vibrò di un te l’avevo detto sereno e leggermente risentito. Le arterie si risvegliarono.

“Uno. Due. Tre!”

 

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La canzone del pane

Quando a casa tornerai, vienimi a trovar, io ti posso offrire il pane

Se dovessi rinunciar,

non dimenticar,

posso offrirti il pane.
E vorrei vederti un po’ più da vicino per darti un bel bacio sul collo davvero,

toccarti una mano, toccarti due mani

e darti un bel morso sul braccio davvero.
Quando a casa tornerai, vienimi a trovar, io ti posso offrire il pane

Se dovessi rinunciar, non dimenticar, posso sempre offrirti il pane

E vorrei vederti un po’ più da vicino

e darti un bel morso sul braccio davvero,

lanciarti un po’ in aria appena svegliata

per poi salutarti ancora sdraiata.

Dormi da me.

Ancora una notte al caldo,

pur di aspettare il tuo richiamo.

Mi sveglierei

come dopo la guerra,

correrei coi capelli sciolti perchè tu ne faccia trecce,

legandomi al gioco della tua luna.

Alla rabbia della tua voce

pulirei il fango dalle ferite del tuo mondo.

Ma tanto lo so,

stanotte dormirò senza trovarti.

 

Toxic.

Non riesci a vedere che sto chiamando? Uno come te dovrebbe indossare un cartello d’avvertimento. Sto cadendo.
Non c’è via d’uscita, non riesco a smettere. Ho bisogno di un colpo, pensaci tu. Sei pericoloso, ma lo amo.

Troppo in alto qui, non posso scendere, sto perdendo la testa a furia di girare intorno e intorno. Mi senti ora?
Oh, l’assaggio delle tue labbra mi fa andare fuori di me.

Sei tossico.

E mi sottometti. Oh, è l’assaggio di un veleno paradisiaco, mi fa dipendere da te.

Non sai di essere tossico? E amo ciò che fai. Non sai di essere tossico?

E’ tardi per rinunciare a te, ho dato un sorso dalla tazza del diavolo ormai. Lentamente sta prendendo il controllo su di me.

Forbici.

Si tagliava le unghie di continuo, in modo ossessivo, per ammazzare il tempo e i dubbi.; le tagliava sempre di più, anche quando vi era più carne che unghia, come a voler mozzare il resto di sé che non andava.

Via una, via quei chili che la costringevano a vivere sull’orlo dell’ossessione.

Via un’altra, via i sensi di colpa per non riuscire a parlare con lei, da mesi ormai.

Via una terza. Ora la dipendenza malata per quegli occhi verdi dall’abisso insano, ora l’autocontrollo perso nei meandri della depressione mesi addietro.

Via, via, via quelle maschere dei compagni di classe, via quel muro di gelo contro suo padre, via il non sapersi staccare da lui, che era la persona più sbagliata. Via da quel numero che non era il suo specchio, da quelle parole che era meglio non sentire, perchè sapeva ch’erano vere. Eliminati i treni che portavano le persone giuste lontane chilometri di troppo, eliminato quel piercing nero su quelle labbra di veleno, quelle idee che rimanevano nuvole dalla fragilità di nebbia.

Ogni sera quando le ombre facevano paura tagliare via qualcosa che non faceva male era un rito, era il desiderio di strappare con la forza i meccanismi difettosi.

Ma il masochismo era più forte di qualsiasi ombra, luce e sfumatura.

Profumo di fumo

La sua gonna era rimasta lì, abbandonata insieme al reggiseno blu e al suo accendino.

Era una di quelle gonnelline allegate ai giornaletti da ragazzine che comprava a tonnellate anni prima. Le sembravano secoli. Immancabilmente le tornava in mente quella serata d’estate in Puglia quando aveva deciso di dare il primo bacio a sedici anni; era successo invece l’agosto successivo, con quel Manuel, sotto suonava Roma nun fa’ la stupida stasera. Che poi, molto probabilmente non era quello il vero titolo della canzone, ma così tutti avrebbero sempre capito.

Prese in mano la gonna nera, ci affondò il viso nella speranza che fosse rimasta una traccia di loro, di lui, di tutta la nebulosa che aveva in corpo nelle ore precedenti.

Fumo.

Chiaro, forte, l’odore delle sue canne era rimasto impresso nel tessuto, come inciso dalle mosse dei loro fianchi che scricchiolavano dalla voglia. Lei ripensò al suo sguardo spavaldo ed indecifrabile che da sotto, assetato, si nutriva dei suoi sospiri, chiedeva di più, lasciava intravvedere appena il nodo in fondo all’anima di chi non aveva mai amato. Rivide quegli stessi occhi chiusi a forza dal getto dell’acqua fresca della doccia, il viso sorridente e la fretta di andare.

Non sapeva dire se sentisse già suo il corpo di lui, forse non ancora, anche se aveva baciato le sue labbra sotto l’acqua che scrosciava, incurante, piovendo sul loro imbarazzo; anche se credeva sempre più di trovarsi a suo agio nel spogliarlo; anche se aveva dormito contro la sua schiena, anche se lo aveva osservato, incantata, addormentato, l’aria innocente che si mostrava dopo chissà quanto tempo davanti a qualcuno. Era tutto così strano, istintivo e naturale fra loro due, era bisogno improvviso e appagamento, era attesa bruciata e promesse che non avevano ancora imparato a volare alto, ma proprio per questo erano più calde.

Le piaceva, questo nutrire l’anima.