Pezzi.

I pezzi di scotch hanno intrappolato lembi dei tuoi disegni per strapparli alla tua rabbia e incollarli sotto i miei occhi.

Resti di un tempio alle promesse incise col fuoco e date in pasto al vento, dolmen di speranze, specchi infranti e abbracci penetranti l’anima.

Pezzi che restano a testimoniare un amore che non se ne andrà mai.

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Burn baby burn.

Alla fine del gioco afferri che il fuoco era solo illusione da poco.

La bruciatura ha lasciato una cicatrice sul mio braccio destro. Buffo, per colpa di una pentola. Ancora più buffo, perchè stavo cucinando per te.

Facevi tutto tu, mi avevi scelta, ricordavi persino com’ero vestita la sera che entrai nella tua mente; poi ti arrovellavi nel fare passi indietro, nel ricamare i contorni di un nostro domani senza domande, senza pensieri. Tu avevi bisogno delle mie coperte, assaggiavi ciò che non avevi mai provato, ti ci buttavi come un animale affamato, mi mordevi in una notte e poi sparivi, vagabondo nel fumo e nelle cuffie di una passeggiata solitaria.

E io, io sapevo tutto, ma mi aggrappavo a te senza chiedermi nulla. Io mi buttavo nella pira con le braccia aperte dall’uragano, vivendo coi polmoni intossicati dalla tua anidride carbonica ch’era ormai il mio ossigeno.

Io affogavo fra le tue onde tenendo le labbra aperte per desiderio mio.

La tovaglia è ancora lì, dov’è rimasta dopo quel pranzo. Forse qualche disegno della stoffa sa ancora del tuo fumo, forse qualche foglia su di lei si ricorda ancora di quando cercavo di tenerti fra le mie braccia, animale selvatico tu, recalcitrante per paura di amare.

“Quando ti vedo scatta la scintilla.” E ora sei impresso nella mia carne, io nella retina di qualche tua nottata e poco più.

Il nostro fuoco vivo, suicida nel vento di un mese, tatuato sul mio braccio.