Le prime luci del mattino.

“Cerco di pensare che sia solo una crisi passeggera. Mi accuso di non amare abbastanza e mi riprometto di amare di più, come se tutto si potesse sistemare amando più intensamente. E allora, non so nemmeno io dove trovo altra forza, investo nuovamente tutto nell’illusione di trasformare la menzogna in verità.”

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Contessa.

Non puoi più pretendere di avere tutti quanti attorno a te.
Non puoi più trattare i tuoi amanti come fossero bignè.

Vuoi solo le cose che non hai,
parli delle cose che non sai,
cerchi di giocare ma non puoi,
pensi solamente ai fatti tuoi.

Chi sei contessa?
Tu non sei più la stessa.

Vuoi che io rimanga nel tuo letto per poi sbattermi su e giù.
Non ti lamentare se domani non ti cercheremo più.

Ma vorrei soltanto averti qui,
sei accattivante già così,
ti difendi con il D.D.T.,
fai pesare troppo quei tuoi .

Chi sei contessa?
Tu non sei più la stessa.
Pensi che ogni cosa di concreto sia da riferire a te,
tu fai la misteriosa per nascondere un segreto che non c’è.

Ma nel tuo castello come va?
Vivi la tua vecchia nobiltà,
non sai neanche tu la verità,
vendi a caro prezzo la realtà.

Sciarpa e cappello.

Fammi un cenno

e nasconderò sotto un cappello a punta le spine del passato.

Finchè avrò fiato

intreccerò i fili della neve per farne una sciarpa,

così potrò sempre cantare le parole della bufera.

Ripetitivo fino alla morte è il suono

di chi non sa suonare davvero,

e io ripeterò fino alla morte

che avrò sempre da imparare.

For the heart I once had.

Aprì il barattolo quasi con violenza. Un sorriso sghembo di soddisfazione le increspò le labbra; appoggiò il frutto delle sue ricerche sul piano di marmo della cucina e si girò pigramente, i gomiti appoggiati sul freddo tavolo, la schiena che disegnava un arco secco. Le tende arancioni gettavano una luce sinistramente calda su tutta la stanza, come se l’imponente frigorifero all’americana, le credenze stracolme di biscotti integrali e il mattarello che spuntava timido dal suo nascondiglio nel tavolo avessero saputo sanguinare.

Sospirò. Per un attimo si divertì a seguire le forme luccicanti a cui le sue palpebre  davano vita come uno schermo, filtrando la luce color sangue del sole pomeridiano; poi si decise ad aprire gli occhi e a darsi una mossa. Doveva finire il lavoro.

Non aveva strumenti da riporre, né macchie contro cui bestemmiare strofinando uno straccio fino a far dolere il braccio. Attorno a lei erano rimasti il vuoto e il caldo soffocante di una stanza arancione; eppure doveva terminare ciò che aveva iniziato.

Salì di corsa le scale, compiacendosi che non le venisse neanche il fiato corto; entrata nella sua stanza abbassò lo sguardo sul suo paio di pantaloncini bianchi, larghi e comodi, e sulla maglietta nera senza scritte nè immagini. Abbastanza triste come tenuta, pensò. Perse una decina di minuti ad aprire e chiudere le ante degli armadi, sfogliando abiti e maglie appesi senza mai sentirsi ispirata. Alla fine optò per un vestito color sabbia, uno che aveva volontariamente indossato ad uscite diverse perchè non rimanesse incollato al ricordo della stessa persona. Quel vestito lo sentiva addosso come una pelle di serpente, portava nelle sue fibre di tessuto la voglia di cambiare che lei provava ormai da mesi e mesi.
Sciolse i capelli sbattendo la testa, facendo cadere le ciocche scomposte sulle spalle senza rigore nè legge fisica. Non le serviva altro.

Scese di nuovo le scale per tornare in cucina. Si mise davanti al barattolo con passo deciso, si chinò fino ad averlo all’altezza delle sue sopracciglia. Restò a guardarlo per diversi minuti, gli occhi concentrati che studiavano l’aria fermarsi sul vetro senza lasciare traccia: nessuno avrebbe potuto districare le ombre di voglia, di dubbio e di paura nel profondo di quello sguardo scuro. Poi successe tutto d’un tratto: di scatto afferrò il barattolo, lo portò giù con sé mentre si sedeva per terra con la schiena saldamente appoggiata al mobile di legno; aprì il coperchio, che sibilò indignato il suo solito clic, e cominciò a parlare, il barattolo vicino alle labbra.
Talvolta il profilo di vetro sfiorava le sue labbra, carnose e dalle curve perfette; la sua voce prima rimbalzava con prepotenza contro le pareti, poi si affievoliva, temendo di perdere qualcosa nel contatto con la vernice bianca e i mobili. Parlò per ore, fermandosi solo per riflettere qualche secondo, senza che le mancassero mai fiato e parole. Un fiume di parole.

Quando ormai la cucina era illuminata dal chiaro da uno spicchio di luna gialla lei richiuse il barattolo con fermezza. Questa volta il coperchio non fece molto rumore, sembrò solo dispiaciuto che fosse arrivato il momento di combaciare con il contenitore.

Il sorriso su quelle bellissime labbra, secche dal continuo vento di respiro che le aveva a lungo sferzate, ora era sinceramente libero. Gli occhi, sempre scuri ed impermeabili a qualsiasi comprensione, in qualche modo brillavano.

Le voci su questa vicenda si sprecarono, ogni testa della cittadina digerì la propria versione su basi assolutamente casuali, eccitati dall’alone di mistero.
Si venne solo a sapere di sicuro che il giorno dopo qualcuno – un ragazzo alto, per alcuni, una minuta ragazzina con un cespuglio di capelli per altri- entrò in quella casa, senza trovare lei ovviamente, e da lì iniziarono le ricerche. Senza alcun risultato.

Quando lui aprì il barattolo sentì subito odore di caffè. Poi di salsedine, di caldo e d’insalata di farro, di fiori di colori sempre diversi, di torte, tante torte e tanti dolci. Un’altra colse l’odore delle pagine dei libri, di palloncini e di burro e mele.
Furono davvero pochi ad accorgersi di quel barattolo, ma chi sentì istintivamente che aprirlo era la giusta cosa da fare giura di aver sentito storie, risate e l’odore di lacrime salate, racconti di estati, di idee cestinate e di amori affogati nell’inchiostro. C’è chi giura di aver ascoltato per ore canzoni e confessioni.

Fame.

La senti di nuovo, pungente, che ti fa compagnia come ai vecchi tempi.

Divora le viscere della tua volontà, sporca i buoni propositi con il fango delle tentazioni, delle indecisioni che non hai neanche il coraggio di pesare nella tua coscienza schietta ma non del tutto pulita. Che poi, quale coscienza lo è?

La fame, ti porta indietro a mesi e mesi fa, a ragazzi diversi, a quando ancora sapevi studiare per bene, forse. O forse già lì stavi diventando lo spettro dell’affidabilità che eri solita impersonare senza rendertene conto, senza che ti pesasse perchè andava bene così. Vivevi a spizzichi e bocconi, ignoravi tanto di te ma avevi appunti invidiabili sul resto del mondo. Non si può sempre avere tutto, certo.