Fazzoletti.

Ho buttato via i fazzoletti con le tue lacrime, inzuppati di dolore

un po’ per l’egoismo dei miei muri, 

un po’ per i miei nuovi battiti. 

Ho messo via un disegno

per appenderlo in un giorno d’estate,

ma adesso il mio sguardo oltre la finestra

si perde nella neve

che si sta sciogliendo.

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Parte sesta – Occhi

“C’è ancora? Si vede?”

Aveva un cuscino schiacciato sul viso, uno di quegli enormi, leopardati cuscini che da quand’erano sul suo divano svolgevano anche la funzione di tavolini, airbag, armi contundenti, e, come in quel caso, paraocchi per scene horror.

Lui, titubante, le stava rispondendo di sì quando lei sbirciò oltre il cuscino, intravedendo sullo schermo il fantasma masochista del film; tornò subito a nascondersi, schiacciandosi di più contro la stoffa, mentre lui la stringeva forte, approfittando dell’atmosfera come un ragazzo d’altri tempi avrebbe fatto per stringere, timido ma deciso, la mano della sua compagna del primo appuntamento.

“Tanto non si vede molto… guarda! Ha una mano meccanica, sta lanciando chiodi…”. Solo sentendo il suo tono di voce lei capì che  si stava divertendo, sorridente, nel recitare il ruolo di ragazzo protettivo. E lei, dal canto suo, doveva ammettere che non stava minimamente recitando: il ghigno tirato del fantasma di quell’infermiera la spaventava davvero, nonostante giorni dopo, nel rivederlo, si sarebbe sentita con rossore ridicola.

Riaprì gli occhi.

S’era tirata le lenzuola fin sopra al naso, solo gli occhi spuntavano, ancora più grandi ora che non avevano la minima traccia di trucco, ancora più infantili in mezzo a quel viso pallido e stanco.

Lui sorrise, intenerito: sembrava davvero una bambina. Lo pensava da tutta la mattina: vederla sparire fra le lenzuola per fare smorfie, blaterare  su come non le dispiacessero gli ospedali, scherzare sul perchè si trovasse in quel letto, per ammazzare il tempo cercare giochi che si potessero fare a mente, o con carta e penna.

Poi a momenti l’atmosfera cambiava, lei si guardava intorno pensando ai suoi progetti di studiare Medicina, continuava i riassunti di Francese, sperava ad alta voce di poter tornare presto alle sue abitudini, senza la paura di nausee e mal di stomaco, di nuovo con la sua energia, la sua voglia di fare, il suo tempo. E lui in quei momenti la osservava, la vedeva sempre più piccola in mezzo a tutto quel bianco della camera praticamente spoglia, dei doppi cuscini, di quel camice esageratamente enorme che si chiudeva a malapena sulla schiena.

Gli sembrava una bambina la donna che amava, così indifesa in una stanza d’ospedale nell’attesa dell’operazione, con i capelli schiacciati sui cuscini e i lineamenti stanchi; la malattia il primo mese aveva solo giocato con la sua resistenza, colpendola con qualche sgambetto, ma nel secondo aveva suonato il trionfo, succhiandole d’un tratto ogni forza, ogni energia, minando le fondamenta di studio, progetti e autostima. La donna che aveva sempre un’idea diversa da tirar fuori dal cappello, che, buffa com’era, lo faceva ridere, che gli illustrava tutte le trame dei film al videonoleggio, che aveva una lista infinita di libri da comprare e locali da visitare. Lei era lì, sfinita e piccola, come se tutto quel bianco asettico le avesse pian piano rubato colore ed età.

Eppure la riconosceva: quegli occhi, anche se più provati e ingigantiti nelle smorfie dei momenti di allegria ospedaliera, erano sempre i suoi, scuri e profondi. Gli occhi che amava.

L’avrebbe  voluta proteggere, ancora di più ora che si sentiva impotente, ora che la guardava e gli appariva sempre bellissima, anche se addormentata dall’anestesia o disgustata dalla cena dell’ospedale. E cercando il movimento di quegli occhi – suoi di lei e suoi di lui, com’erano l’una parte dell’altro- sotto le palpebre nel sonno indotto, decise di sdraiarsi al suo fianco, infischiandosene se l’infermiera lo avesse ripreso. Voleva starle vicino, farle sentire che era lì, al suo fianco, farle sentire caldo, toglierla da tutto quel bianco, darle un po’ di rosso, di arancione, di verde, almeno mentre sognava.

Si sistemò sul letto d’ospedale, attento a non pesarle troppo addosso, e chiuse gli occhi.

Riaprì gli occhi.

La sveglia non era ancora suonata, ma ormai non si stupiva più: le capitava sempre più spesso nelle ultime settimane di anticiparne il suono.

Lui era lì, i capelli arruffati sparsi sulla federa blu, il respiro scandito piano dal movimento del petto.

Lei sorrise: era girato di schiena, come al solito, ed era fortemente tentata di passare le proprie dita sulla sua pelle, tracciando infiniti e giochi di incroci; avrebbe desiderato baciarlo, piano, per non svegliarlo immediatamente, partendo magari dalla nuca per seguire il corso della colonna vertebrale. Osservò la curva delle braccia, che tanto l’attiravano, per poi distogliere lo sguardo: troppo forte era la tentazione di sottolineare quei muscoli con il dorso della mano, di passarci il profilo delle labbra per non profanare troppo quel tempio che il corpo di lui rappresentava. Avrebbe voluto sistemare le mani attorno al suo petto e stringersi più a lui, affondare il viso fra le sue scapole per respirare l’odore della sua pelle.

Ma lo avrebbe svegliato. E lui era così bello…

Si limitò ad osservarlo, con il gomito puntato piano sul cuscino a mantenere la testa, a studiare il suo viso così tenero ed infantile, nel sonno, le sue lunghe ciglia chiuse a scrigno; non assomigliava al ragazzino che conosceva di vista alle medie, nè al ragazzo baldanzoso che le era apparso quando ancora non si parlavano, al tempo delle sole apparizioni fra i corridoi del liceo. Le sembrava che in quei momenti lui tornasse bambino, con una serenità che forse nell’infanzia non aveva mai avuto, con un sonno finalmente libero da incubi quotidiani. Era solo lui, quell’espressione era come sempre stata sua, di lei.

Sentì che non si sarebbe mai potuta stancare di svegliarsi al suo fianco, di amarlo finchè lui sarebbe stato lì la mattina a ricordarle chi era davvero, apparendo senza timori nè parole per ciò che era.

E lui era l’uomo che non si sarebbe stancata di amare.

scritta il 16 giugno 2011, 14:27.

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Primo giorno d’assenza.

14 febbraio 2013

Spero davvero che tu abbia gridato “Sono il re del mondo!” prima di buttarti. Magari durante.
Che stronzo, m’hai pure rubato l’idea, e poi dicevi di me che non avevo nulla di mio.
Ma ti ricordi che fu una delle nostre prime -se non la primissima- conversazioni? Tu che parlavi di esplosione, come le supernovae. Una di quelle nostre conversazioni a scambio di commenti, così fino all’ottantina.

E adesso sto ascoltando musica che tu disprezzeresti, tu con i tuoi pregiudizi sulla musica italiana. E su quella indie. Sulla musica indie italiana ci sputavi sopra. Com’eri irascibile.

I tuoi disegni. Maledetto, non avresti mai dovuto strapparli via dal mio armadio. Ora potrò attaccare il tuo ultimo. E forse Gardevoir avrà un suo significato per me, d’ora in poi.
Se mi vedessi adesso mi prenderesti in giro per le mie lamentele sui miei occhi gonfi (“Taci, stupidottera!”), e mi diresti che sono bellissima quando piango.

Chissà se poi le avevi davvero bruciate le mie lettere. Sai che da adesso che non ci sei più te ne scriverò un’infinità, vero? Ammettilo che l’hai fatto apposta per conquistarti l’immortalità. Presuntuoso egoista.

Mi mancherai da morire. Mi mancavi anche prima, figurati adesso. Sappi che senza di te nessun nuovo giorno sarà più lo stesso Buon Nuovo Giorno.

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Non farlo.

Se stai leggendo sappi che NON è divertente. NON fare stronzate.

Se sto qua ferma e silenziosa è perchè ho paura che qualsiasi mio gesto possa rivelarsi un passo falso. Ti prego, non fare nulla di stupido. E non usare la tua logica presuntuosa per dire che quello non sarebbe stupido, nè per contraddirmi in alcun modo. Te ne prego.

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Il graffito dietro al cimitero.

Ci tornò in quel posto, il loro, quella sera stessa.

La neve intoccata sui prati alla sua destra, una distesa candida, forse l’unico tocco puro in tutto il turbinio di quei tempi.
S’aspettava di soffrire di più il freddo sulle gambe svelte, fasciate dalle calze verde bottiglia, che fendevano l’aria al ritmo della musica nelle cuffie.
Una decina di minuti, forse meno, fra una falcata e l’altra e le pozzanghere di neve sciolta schivate.
Era arrivata al cimitero.

Per mesi aveva inseguito con gli occhi le scritte sul fianco dei muri gialli, quelle scritte che appartenevano ad un’altra vita, un’altra storia, altri sorrisi. La felicità.
Le aveva viste scorrere sulla retina prima sospirando, poi con distacco. I suoi efficienti meccanismi di difesa che la trascinavano via da tutto ciò che era un dolore troppo immenso, un abisso: hai paura di soffrire come quelle volte? Non ti preoccupare, ci pensiamo noi, i serpenti nella tua testa. Tu stai tranquilla, ti congeliamo noi il cuore.

C’era andata una volta da sola,quell’autunno, mentre correva. Con i Diablo Swing Orchestra nelle orecchie. E aveva sospirato.
Poi ci aveva pensato molte volte, di farci ritorno, ma i suoi neuroni accampavano scuse e rimandavano. Non ce n’era tutto quel bisogno. Le avrebbe fatto male rivedere i segni tangibili ed incancellabili del dolore di lui, delle rovine di un amore promettente finito nel capriccio della cenere.
Faceva troppo male.

E ora che ci era tornata, dopo tutto quello che era successo, dopo tutte le scosse di quegli ultimi giorni, era troppo buio perchè potesse vedere tutto.
Le scritte sui muri di dietro erano rimaste. Accanto, però, degli idioti avevano profanato con la loro ignoranza le parti libere rimaste: un nome sormontato da un cuore, un viso di graffiti. Idioti.
Cercò di far luce con l’iPod per poter scorgere il cuore sul cemento, ma con scarsi risultati; si ripromise di ripassare il giorno dopo, magari, le era sembrato di intravedere qualcosa di nuovo sui granelli del parcheggio. Stavolta senza scuse.
Prima di dare del tutto le spalle al cimitero perse un po’ di tempo a disegnare una L con gli scarponi sulla neve fresca.
L’unico tocco puro.

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Sei tutto il porno di cui ho bisogno.

Intorno a loro la notte era scesa da un pezzo, lasciandoli alla mercè di qualche lampione sghembo e delle finestre occhieggianti dagli edifici bui.
Le strade erano vuote, la piazzetta deserta; nonostante l’assenza di vento l’aria pungente si faceva sentire intorpidendo le loro dita.
Dita che, tra l’altro, non sapevano bene dove mettere. Non erano intrecciate, non ciondolavano vicine, entravano ed uscivano dalle tasche dei giubbotti, indecise. Trepidanti.
Erano talmente vicini da poter confondere i respiri.
Tanto vicini che per iniziare un bacio bastò il giusto scoccare degli sguardi.

Lui l’attirò a sè, tentando di cingere con le mani rese quasi insensibili dal freddo le sue curve sotto le piume e le cerniere; lei lanciò il proprio braccio attorno al collo di lui, goffamente, premendo più forte le labbra. Più forte per nascondere la paura, più  rapidamente per cessare il flusso di pensieri.
La temperatura avvertita vacillava fra il gelo della città apocalittica e gli organi interni, bollenti.
“Ahia.” Un morso. Due, tre. Come mordere una brioche, come un gioco.
Il film sembrava un ricordo lontano, la birra una scusa, i brividi l’unico segno del tempo che effettivamente passava, mentre alle due figure in mezzo alla piazza pareva si fosse congelato, o bruciato insieme a loro.

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