Paradisofolk

Il paradiso è ballare fino a sentire i vestiti appiccicarsi alla pelle
al suono delle cornamuse
e vedere liberazione nei piedi pestati sulla terra
negli sguardi al palco e alla luna nascosta fra gli alberi
nelle mani lanciate per aria
coi capelli a frustare il sudore.

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Quarta Parte – Shells (dedicata di seconda mano ad una persona della nuova vita)

written the 29 January 2011 at 22:54

“Ecco, non è nulla di speciale, davvero. Volevo assolutamente lasciarti qualcosa di mio prima della tua partenza, e ieri ho persino trovato un paio di peluches, di quelli uniti con le calamite, stretti in una sciarpa, ma poi pensato che in effetti sarebbero stati un regalo troppo imbarazzante e puccioso.”

Lei fece una smorfia, arrossendo un poco mentre lui la squadrava con quei suoi occhi scuri e profondi nel tentativo di capire il suo discorso. Diamine, doveva proprio essere così imbarazzante?

“Sì, ecco, non è proprio niente di che e anzi, probabilmente per te non avrà nessun significato, ma per me è simbolico. E poi è qualcosa di mio.”

“Mi piacerà sicuramente.” Sistemò le labbra in uno di quei suoi sorrisi asimettrici che lei tanto amava. Lo baciò all’improvviso per ripagarlo di quel sorriso, irresistibile, che solo lei gli faceva nascere e che sentiva per questo un po’ suo. Interamente suo, in effetti.

Beh, lo baciò anche per dimenticare nel tempo di un attimo il rossore che le pizzicava le guance e che le ricordava con insistenza che stava per fare una figura da vera stupida. O peggio: da bambina. E se lui avesse pensato che quel suo regalo – che razza di regalo era, poi?- fosse davvero una cosa infantile? Senza senso, per giunta.

Maledizione a lei e alle sue idee simboliche!

“Non guardare la scatola, non ho trovato altro modo per impacchetare tutto. O la mettevo in sacchettini rossi pieni di brillantini, o questa.”

E così dicendo tirò fuori dallo stesso astuccio in cui teneva chiusa la solita mela Fuji per placare la fame dell’intervallo una piccola scatola rossa, di quelle che contenevano gli anelli.

Lui la guardò perplesso, con un’espressione indecifrabile sul viso che lei decise di non analizzare per evitare di leggervi i sentimenti che temeva di scatenare con quel suo gesto. Lui aprì con le sue lunghe dita la scatolina rossa, al cui interno era adagiata una conchiglia piccola color ocra, di quelle ritorte su se stesse, dall’aspetto composto e fragile.

La ragazza seduta sul banco cominciò a spiegare con ritmo sempre più calzante, sperando di evitare l’avanzamento del rossore sul suo viso e lo sguardo interrogativo che il ragazzo alto in piedi davanti a lei poteva fissarle addosso:

“L’ho trovata ieri, l’ho sicuramente raccolta da chissà quale spiaggia di un mio viaggio, non saprei dirti da quanti anni  era in camera mia. Le conchiglie mi hanno sempre ricordato quella leggenda dell’appoggiarle all’orecchio per sentire il rumore del mare; ecco, non trovi che assomigli anche un po’ a quelle conchiglie? Sebbene più piccola, certo…”

Almeno uno dei suoi due propositi era miseramente fallito: sentiva le guance bollenti mentre si torceva imbarazzata le mani.

Lui si portò la minuscola conchiglia all’orecchio, gli occhi castano scuro senza ancora uno sguardo definito.

“No, beh, non si sente di sicuro, direi che è una balla, ma nel senso… Ecco, vedi, per me è simbolico. Le conchiglie sono simbolo dei viaggi, ma anche del ritorno a casa. Quando le si raccolgono sulla spiaggia si pensa già a chi regalarle, a dove faranno bella mostra in casa – o almeno, io faccio sempre così, ne porto un sacco a chi tengo di più. E poi quando si ritorna portano con sé i ricordi della vacanza. Sono entrambe le cose: l’andata e il ritorno.”

Silenzio.

“E poi è mia.”

“E’ bellissima.” Lei tirò un sospiro di sollievo: finalmente lui aveva detto qualcosa. E aveva ancora quel sorriso sghembo che amava. Ma adorava così tanto toglierle il fiato? Avrebbe voluto baciarlo di nuovo ma stavolta si trattenne, sebbene a stento.

“Non è vero, non ti piace… non è nulla. Ma per me ha un significato.” Se lo avesse ripetuto ancora una volta si sarebbe sentita mortalmente stupida.

“Sì che mi piace…” e fu lui a baciarla.

“Un po’ come una passaporta. Ricorderà il tuo viaggio, e il ritorno da me. Il bello di ogni partenza è che prima poi si torna a casa.” Le mani di lei ora erano ad accarezzare i fianchi di lui, scaldandoli con gesti lenti e pensierosi.

Quando finalmente lei riuscì a sostenere lo sguardo di lui scoprì che non era nè di scherno nè interrogativo. Era dolce, come quelli a lei dedicati quand’erano solamente loro due, isolati dal mondo e dal tempo. Le sue labbra rimasero asimettricamente sorridente mentre le sussurrava:

“E tu sei la mia casa.”

E stavolta lei non dovette trattenersi dal baciarlo.

 

21 luglio 2013:
Dare un nuovo significato alle parole
dipingere sopra una tela senza cancellarne lo splendore.
Così sulle ceneri di ciò che abbiam perduto
costruiamo fortezze aperte e ci viviamo tutto attorno.
Sei parte di una nuova vita,
siamo la seconda chance.

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Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (scuri)

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

 

 

Verrà la tua morte
e avrà i tuoi occhi grandi, neri neri.
Il grido, quello della tua caduta,
quelli silenziosi d’aiuto che non confermavi,
il grido che io coglievo sordo e forte dietro ogni tuo gesto,
ma negavo.

E io so che quando la morte verrà
mi guarderai ferito, arrabbiato, malinconico
sapendo che questa Luna è ancora nostra,
la Luna a cui chiedevamo cantando di dimenticare di calare.
La morte verrà e sarai tu
a portarmi sulla Collina della Malinconia
dove c’è un albero di plastica.

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Solitude (prendere i vuoti e farne uno spazio a due)

 

La solitude est une belle chose; mais il faut quelqu’un pour vous dire que la solitude est une belle chose!

Prendi i momenti bui e dai loro forma,
toglimi la paura di dosso
e lasciami il piacere della scoperta
– scoperta dei miei abissi
e delle mie ombre.
Prendi me e rendimi forte della mia solitudine.

Io prendo te
con la solitudine dei tuoi silenzi
pieni e tondi,
e il vuoto di anni di chiacchiere cieche
per dare un nuovo senso
ai passi che farai e alle tue scelte.

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