Fiaba per calmare i nervi (Storia un po’ romanzata ma molto simile al vero delle Scintille)

su The Shivers – Beauty

 

C’era una volta, in un tempo in cui si viveva molto ma molto a lungo, un cavaliere che viaggiava da così tanti anni che non si ricordava nemmeno più lui da quanto.

A furia di vagare di regno in regno, e di terra e in terra, aveva imparato a suonare il liuto, e quando trovava una bella donna o un’allettante rissa per cui valesse far riposare il cavallo qualche tempo nella stessa stalla passava le giornate cantando ballate melanconiche e menando la spada.

Era partito molti anni prima alla ricerca di qualcosa che a furia di non trovare aveva pure dimenticato, e così cavalcava con il peso del vuoto nel cuore e nello stomaco, raccogliendo nel frattempo paesaggi ed esperienze e piccole battaglie dove poteva.

Finché una notte si sentì preso da un’improvvisa stanchezza, e decise di sostare un poco; legò il cavallo ad un albero, vicino all’inizio di un piccolo paese in cui ancora doveva entrare. Era una di quelle notti fresche di primavera che sta per lasciare il passo all’estate, quando la luce del tramonto sembra restare ancora nella Luna che quindi rischiara di più del solito.

Mentre era così perso nei suoi pensieri sentì un rumore goffo che lo fece voltare di scatto, la mano rapida all’elsa della spada; e lo sguardo, ormai abituato alla luce lunare che scemava sempre di più, scorse una giovane che era appena inciampata nei gradini dell’edificio in pietra da cui era uscita. Gli bastò un’occhiata per registrare, osservando meglio l’edificio, che quello era uno di quei luoghi che ospitavano e curavano i bisognosi ed i viandanti.
La giovane vide a sua volta il cavaliere, che nel frattempo non aveva tolto le dita dall’impugnatura, e gli si avvicinò, con passo più deciso ora che si era stabilizzata.
Lei, senza dire una parola, si sedette al suo fianco e alzò la testa al cielo, il lungo vestito bianco che le si era infilato sotto alle cosce in modo distratto.

E quando la sua spalla, sbucata fuori dal vestito sghembo, si appoggiò al braccio del cavaliere questi fu scosso da un brivido, come da una scintilla, e abbandonò la presa sull’elsa.
La ragazza, senza che il cavaliere proferisse parola, spiegò che non essendoci nessun ferito particolare che richiedesse cure immediate era fuggita a prendere un po’ d’aria. Non che le dispiacesse il suo impiego, anzi, era la sua passione, però quel giorno lavorava con un paio di persone a cui proprio non piaceva. Sbuffò leggermente, ed il cavaliere di striscio notò come le sue guance tonde davano al suo viso un tono molto dolce e buffo allo stesso tempo.

Parlava tanto, la ragazza, a tal punto che il cavaliere quasi si pentì di non aver sguainato la spada e averle fatto cambiare idea riguardo l’avvicinarsi. Non era abituato, lui, a quel tipo di contatto. Quella giovane gli era troppo vicino, per i suoi soliti gusti, e parlava molto velocemente, e sorrideva molto, ed i suoi capelli mossi a causa del vento leggero a volte gli sferzavano il viso. Tutto questo era più di quanto avrebbe normalmente potuto sopportare.
Eppure non riusciva a trovare quella situazione spiacevole. Persino il fiume di parole della soccorritrice gli suonava gradevole -in qualche modo. Ed in tutto questo lui ancora non aveva detto nulla, se non con il sorriso -perché lei lo faceva stranamente sorridere. Anche senza motivo.

O forse il motivo c’era: per la prima volta non sentiva il peso del vuoto che aleggiava dentro di lui da chissà quanti anni, mentre vagava senza meta di città in città.

 “Sì, mi fido troppo delle persone, sicuramente, in fondo Lei è un cavaliere e nulla mi garantiva in precedenza la Sua buona volontà, eppure è ancora qui seduto a sentirmi blaterare.”
E lui, per tutta risposta: “Le piace il panorama da qui?”

Il cavaliere appoggiò la schiena all’albero vicino alla sua cavalcatura, alzando la testa verso il cielo e riflettendo come a lui piaceva fare con gli occhi levati alle stelle.

“E’ bello, non è vero?”

“A me piace” rispose lei, lo sguardo di nuovo rivolto in alto, dopo una breve pausa.

Il cavaliere per un attimo storse il naso: no, non era la risposta giusta, perché quel cielo era oggettivamente bello, con la Luna grossa e piena e le stelle bagnate ancora dal ricordo del tramonto. Si volse verso la giovane con la smorfia ancora in viso, ma che gli passò subito. Perché in un attimo, mentre i capelli di lei ancora gli finivano sulle guance, comprese che quella ragazza non era della sua stessa identica pasta, non usava il suo stesso linguaggio -e si prendeva un po’ troppa confidenza per i suoi gusti- però era stata l’unica a ridare senso al suo vagare, dopo infinito tempo.

Così il cavaliere si alzò, prese il liuto che pendeva dal fianco della sua cavalcatura, e cominciò a suonare una ballata.

Una ballata che non era più melanconica ma cantava delle scintille che sprizzavano dall’incontro fra il Sole e la Luna.

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Di un’alba in auto (riflessioni guardando dal finestrino)

su Dimartino – Non siamo gli alberi

 

Certe emozioni
che non perdono mai il colore
anche quando piove
anche quando le lacrime le coprono scendendo dalle colline delle guance.
Certe bellezze
dell’alba dietro alberi ed industrie che si stagliano e confondono
lungo l’autostrada,
bellezze del cantare alle quattro di mattina
e sentire i crampi alle gambe
perché il letto offre spazio giusto per due.

 

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